I Santi Protettori

SANT’ANDREA

IL PATRONO BIANCOVERDE NEI VANGELI E NELLA TRADIZIONE SANT’ANDREA (Apostolo del I secolo)

Alla data tradizionale, anniversario del suo martirio, il nuovo Calendario della Chiesa ha mantenuto la festa di Sant’Andrea, l’aposto

>lo che i Greci chiamarono "Protocielo", cioè "chiamato per primo". Infatti egli ebbe la prima vocazione cristiana, cioè la prima chiamata di Gesù, anzi il primo invito. Si trovava tra gli ammiratori di San Giovanni Battista, quando udì il Profeta che, diceva: "Ecco l’Agnello di Dio". Passava Gesù, e Andrea, con tiri altro giovane, forse Giovanni, seguì senza dir nulla il giovane falegname di Nazaret. "Che cosa cercate?" chiese loro Gesù. "Maestro – gli risposero – dove abiti?". "Venite e vedrete".Il Vangelo dice che essi restarono tutto il giorno con lui. L’indomani Andrea incontrò suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" e lo condusse, riluttante, da Gesù.Fu dunque Andrea che portò Simone da Gesù. Disse di lui per la prima volta: "Abbiamo trovato il Messia". Eppure Gesù sceglierà Simone, chiamato Pietro, come suo Vicario c pastore del suo gregge. E Andrea resterà come penombra di Simone Pietro, sempre fedele, pronto, silenzioso e operoso. Coi fratello Simone si trovava alla pesca sul lago di Tiberiade, quando Gesù disse loro: "Venite con me, vi farò pescatori d’uomini". Era col fratello Simone, sempre sul lago, durante la pesca miracolosa. Ruppe il suo silenzio soltanto una volta, quando, sulla montagna, scendeva la notte, e la folla, che aveva seguito

Chiesa di Sant’Andrea ad Amalfi Ges ù, non aveva da mangiare. Allora Andrea disse: "C’è un giovane che ha cinque pani di orzo e due pesciolini, ma che cosa è tutto questo in confronto a tanta gente?". Seguì il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, dopo di che Andrea tornò penombra. Un passo indietro rispetto al fratello Simone. Infatti, gli Evangelisti Matteo e Luca lo nominano sempre dietro il fratello mentre Marco lo nomina addirittura dopo Giacomo e Giovanni. E, sempre scegliendo l’esempio del fratello, anche Sant’Andrea sarebbe morto a Patrasso, sopra una croce a braccia uguali, come una X, non inchiodato, ma legato, per soffrire una più lunga agonia.> Innumerevoli furono le chiese sorte in suo onore. Specialmente presso i Francesi, ci fu, nel Medioevo, urla fervidissima devozione per Sant’Andrea, invocato nelle battaglie. Il grido di guerra di Goffredo di Buglione, nella prima Crociata, era: "Sant’Andrea di Patrasso!". La casa di Borgogna si mise sotto la protezione di questo Santo e il famoso ordine cavalleresco del "Toson d’oro", ebbe come protettori la Vergine, San Maurizio e Sant’Andrea. Molte altre decorazioni militari e cavalleresche furono formate dalla Croce di Sant’Andrea. Il pescatore di Galilea, che si lasciò sopravanzare dal fratello, rimanendo sempre nell’ombra, ora garriva sugli stendardi e sfavillava nelle insegne, come un condottiero, forse perché era stato il primo a seguire animosamente Gesù, in quel lontano mattino, lungo le rive del fiume palestinese.

 

 

"Seguitemi, vi farò pescatori di uomini!"

S. ANDREA chi era? Quale la sua vita? Quale la sua opera evangelizzatrice? Quale la sua morte? Dove si trova il suo corpo?

Eccole in breve le risposte: l’unica fonte è il Vangelo e la Tradizione.

Andrea abitava vicino al lago di Genezaret (mare di Galilea), insieme a suo fratello Simone (Pietro) ed altri soci, faceva il pescatore. Lungo il lago prosperava una comunità religiosa detta degli "Esseni" di cui faceva parte forse Giovanni Battista e Andrea era un seguace di Giovanni, per cui, quando Giovanni, vedendo Gesù che ritorna dal digiuno del deserto lo indica: "ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" e subito Andrea gli va dietro. Alla domanda di Gesù: "chi cercate": Andrea risponde: maestro, dove abiti? Alla risposta di Gesù: "venite e vedrete", Andrea segue Gesù: il primo proprio lui. Questo fu il primo :incontro con Gesù che lo cambiò totalmente. Fu così preso dalla persona di Gesù che non potè fare a meno di andare ad annunziare al fratello: "abbiamo trovato il Messia…" Un altro episodio lo trova ancora protagonista: Gesù vede Andrea con il fratello Simone che puliscono le reti dopo la pesca e li chiama "venite con me e vi farò pescatori di uomini". subito lasciarono le reti ed il padre e lo seguirono. La TRADIZIONE lo vuole predicatore del Vangelo nell’Asia Minore, a Costantinopoli (BISANZIO), in Grecia, nella città di Patrasso dove subì il martirio nella Croce detta poi di S. Andrea. "Croce beata da tanto desiderata…" e la Storia di Massimilla, serva di Cristo che prese il corpo di Andrea e lo seppellì con profumi… Come la Chiesa Cattolica considera Pietro il suo capo, cosi la Chiesa Greca considera Andrea suo fondatore. Il suo corpo fu portato in Italia dai Crociati e si conserva nella Cattedrale di Amalfi. Moltissime sono le Chiese a Lui dedicate in diocesi. Il Rione di "Porta S. Andrea" di Arezzo lo considera suo Patrono, insieme a S. ANDREA Aretino della Famiglia GUASCONI (*), martirizzato sotto la persecuzione Cristiana di Giuliano l’Apostata (ulteriore notizia suggeritami da Marco Gamurrini)..

*) Notizie storiche rivelatemi dall’ex Capitano di Porta S. Andrea, Sergio Nasi, su S. Andrea Aretino della Fam. Guasconi, dicono che S. Andrea Guasconi era uno dei tanti santi martirizzati protettori della città. Alcuni secoli fa era addirittura celebrata la ricorrenza dalla Diocesi Aretina nel giorno 18 agosto. Tutta la città era profondamente devota a tale santo che in realtà è il vero titolare del nome del nostro quartiere.

S. DONATO MARTIRE

S. DONATO MARTIRE II Vescovo e Patrono della Diocesi aretina

S. DONATO MARTIRE – Note storiche

Dopo l’editto di Costantino dei Sec.san donato IV che assicurò la pace al cristianesimo si può con sicurezza ritenere che venne eretto il primo oratorio (parvum oratorium) dal vescovo Gelasio (Pasqui op. cit. – vol 1. pag. VI nota) sul colle di Pionta. Allora boscoso e con le mura romane che arrivavano fino a Saione. Si parla di un lungo cunicolo che andava fino alla città. Vi furono le prime catacombe. Si è sempre ritenuto che il corpo del Santo trasferito nel 1032 dalla catacomba dal vescovo Teobaldo, e ritenutolo di San Donato, martoriato nell’anno 7 ag. 362 e venerato fin da allora per il "miracolo dei Calice" fu portato ad Arezzo in un tempio più bello.

Nel 1544 Andrea Cesalpino (scopritore primo della circolazione dei sangue e della classificazione delle piante). In una perizia sulle ossa trovate nell’urna della Pieve, che furono trasportate in Cattedrale – venendo a cessare le dispute tra le due Chiese -, trasportato in grande pompa, fu trovato nella mandibola un pezzetto di calcinaccio, con del Sangue (a distanza di più di mille anni dalla morte) e si pensò al miracolo. Alla sua morte di martire. Il prefetto Quadriziano, sacrificò agli Dei secondo il comando di Giuliano Augusto ordinò ai littori che a Donato si rompessero le ossa con delle pietre nella faccia deformandogliela. Dette ossa furono mischiate alle altre che erano nel dubbio in duomo.

Ancora oggi vengono avvolte nel mistero le strane vicende sul suo corpo. Il suo cranio fu rinvenuto fra le mani del Santo, Quale la sua vera versione? Il Vescovo S. Donato fu venerato da tutta la città ma la sua fama varcò i confini dì Arezzo, si estese in tutta la Toscana, e in ogni parte d’Italia. Il suo busto secondo il "Vasari" fu eseguito da Pietro e Paolo, orafi aretini, nel 1340 con opera in segello in argento dorato contenente le sue reliquie. In un saccheggio avvenuto in Arezzo da parte delle truppe Angioine, un soldato lo rubò e portatolo a Forlì, lo offerse in vendita a Sinibaldo Ardelaffi, il quale ripagò il furfante con la forca. Furono i Fiorentini avendo successivamente ritrovato il busto, in nome delle tante battaglie e scorrerie militari, a riconsegnarlo alla nostra città.

(Dal volume "Terra d’Arezzo un cantico parla di te la storia"; di Enzo Piccoletti, vol. I, Tipografia Sociale Aretina, Novembre 1977 – pag. 117-118). Partendo da questi dati la Signora Banelli di Arezzo, ha costruito la sua tesi di laurea, che gli valse il dottorato con lode nel 1976.

MADONNA DEL CONFORTO

LA MADONNA DEL CONFORTO PROTETTRICE DEL POPOLO ARETINO 15 febbraio 1796 – IL MIRACOLO

madonna Maria Santissima di Provenzano in Siena

Il primo febbraio 1796 Are zzo era in festa per la ricorrenza del Carnevale. Quel clima festaiolo fu bruscamente turbato nelle prime ore della notte da una scossa di terremoto, alla quale fecero seguito altre, più o meno violente. Le famiglie abbandonarono precipitosamente le case per accamparsi all’aperto. Era frmadonnaeddo e tra la gente c’erano vecchi, bambini, malati. Anche nei giorni successivi a quel primo febbraio la terra, di quando in quando, riprendeva le oscillazioni della prima notte, sicché non c’era più pace e cresceva in tutti la paura del peggio. La gente cominciò a riversarsi nelle chiese, il clero propose lunghe e solenni processioni, lo stesso Vescovo Niccolò Marcacci il 6 febbraio pubblicò e diffuse una lettera pastorale, invitando tutti alla preghiera e alla penitenza. Si giunse così al 15 febbraio. Sul far della sera, tre artigiani si ritrovarono all’interno di un negozio per la vendita del vino di proprietà dei Monaci Camaldolesi, situato nei pressi di Porta San Clemente: una stanza annerita dal fumo, dove era appesa una piccola Immagine della Madonna, anch’essa resa oscura dal fumo e dalla polvere. Contemplando quell’Immagine, i buoni artigiani rivolsero a Maria l’implorazione che la città fosse liberata dal tormento delle persistenti scosse telluriche e, accogliendo l’invito della donna che gestiva la vendita (Domitilla Bianchini), iniziarono la recita delle Litanie Lauretane. D’improvviso, quell’immagine apparve loro come trasfigurata, risplendente di luce; in quella luce videro il segno che Maria aveva accolto la loro preghiera. La Madonna santissima di Provenzano aveva fatto il miracolo… come d’incanto la terra smise di tremare. Il popolo aretino la elesse così confortatrice degli afflitti. La notizia si diffuse in un baleno e il popolo, commosso, incominciò ad accorrere da ogni parte. Ne fu informato il Vescovo Niccolò Marcacci, il quale, dopo qualche esitazione, verso la mezzanotte, si recò sul posto e potè constatare di persona l’avvenimento. Il flusso dei devoti, provenienti da ogni parte, si accrebbe nei giorni seguenti e poiché il vano era così angusto e disagevole, da rendere difficile che tutti potessero avvicinare l’Immagine, il Vescovo dispose che fosse trasferita in Cattedrale il che avvenne il 19 febbraio.

Mons Giovanni D’Ascenzi Vescovo di Arezzo, 1996 Il ritorno a Dio

L’ampia Cattedrale divenne subito meta di pellegrini della città e d’ogni parte della diocesi, mossi soprattutto dal desiderio di riconciliarsi con Dio. Questa ricerca generale di riconciliazione fu riconosciuta come un avvenimento prodigioso dallo stesso Vescovo Marcacci in una lettera dei 29 febbraio) indirizzata a Mons. Agostino Albergotti, allora Vicario Generale di Firenze: "Il miracolo che predicherò e che presso di me è evidentissimo, come presso di tutti, si è che la Provvidenza siasi servita di questo mezzo dell’Immagine di Maria Santissima per cavar tanto bene a profitto delle anime universalmente penetrate dalla compunzione, e che hanno dato e danno tante prove di emendazione e di riforma, che fanno spiccare ora la loro pietà, carità e devozione". Il 29 giugno, al termine di un triduo solenne, alla prodigiosa Immagine fu dato il titolo di "Madonna del Conforto ". Un titolo uscito dal cuore del popolo che esprimeva al tempo stesso riconoscenza per la liberazione dal terremoto e speranza per le eventuali tristi vicende del futuro.

Mons Giovanni D’Ascenzi Vescovo di Arezzo, 1996 Una devozione diocesana

Il 15 febbraio 1796 è una data storica per la Chiesa di Arezzo: nasce e si afferma subito con dimensione diocesana la devozione verso la Madonna del Conforto, devozione tuttora intensamente sentita e diffusa. A questa hanno certamente contribuito i Vescovi, particolarmente Mons. Marcacci e Mons. Albergotti, che furono, si può dire, testimoni degli avvenimenti. Sorprendente tuttavia fu, e rimane ancora, la risposta del popolo. Se il fervore dei primi giorni suscitò folle incontenibili, non si trattò di un entusiasmo passeggero ma fu il segno di quello stupore religioso che ciascuno racconta all’altro e diventa cuore di un popolo, convincimento interiore, che tutti afferra e viene trasmesso di generazione in generazione. Quando fu decisa la costruzione in Cattedrale della Cappella in onore della Madonna del Conforto, l’adesione delle parrocchie fu generale, le offerte in danaro di un popolo, che pur si dibatteva nella povertà, furono accompagnate dalle centinaia di carri agricoli che trasportavano le pietre raccolte in mille luoghi. Le cronache del Primo Centenario celebrato nel 1896 riferiscono le iniziative prese per questa celebrazione, tra le quali fanno spicco i numerosi e nutriti pellegrinaggi dai Vicariati della diocesi e perfino da Cortona, da Sansepolcro, da Pratovecchio, dando prova delle radici profonde che la devozione verso la Madonna del Conforto aveva messo nella diocesi aretina e anche fuori.

Mons Giovanni D’Ascenzi Vescovo di Arezzo, 1996 Madonna di Provenzano

Si tratta di un culto tutto senese, che ha origini lontane, quando ormai la città si apprestava a sottostare definitivamente al dominio di Firenze. La leggenda di questa Madonna miracolosa è nota. Siamo nel 1552, il quartiere che oggi raccoglie i contradaioli della Giraffa è composto da povera gente e povere abitazioni, sul muro esterno di una di queste è collocata l’immagine della Madonna con Cristo morto tra le braccia. Un soldato spagnolo di stanza nella città, forse per una bravata, spara un colpo di archibugio* rovinando buona parte dell’immagine e in particolare le braccia.Il gesto sacrilego indigna fortemente la popolazione, la devozione aumenta, si parla già di alcuni miracoli. L’immagine della Madonna senza braccia diventa il simbolo di Siena: si decide di erigerle un tempio grandioso che sarà inaugurato nel 1611. In esso è ancora oggi collocato, alla venerazione dei fedeli, il busto d’argento della Madonna alla quale è solennemente dedicato il palio del 2 luglio.

* Va detto che l’arma scoppiò all’istante tra le mani del soldato spagnolo, uccidendolo sul colpo. I Senesi (e i Giraffini in modo particolare) riconobbero un“ prodigio” divino

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